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Un viaggio nell’assenza
Ignoriamo con quali aspettative Giacomo Casanova abbia accettato, nel settembre del 1785, il posto di bibliotecario offertogli dal conte Joseph-
Ad oltre due secoli di distanza dalla morte di Casanova, è difficile trovare a Duchcov, fuori dal perimetro del castello, una qualche traccia o suggestione che ci proietti nel passato. La cittadina è spettrale. Non è facile immaginare le strade animate del borgo dove “l’italiano”, scuro d’occhi e di pelle “come un africano”, passeggiava spesso gesticolando e facendo avances sconce alle adolescenti, tanto da meritarsi l’appellativo di “čertík” (diavolo). Nonostante un piacevole sole, le strade sono deserte; solo alcune anonime figure si affrettano tra i vicoli a raggiera. Di donne se ne vedono pochissime e nessuna con quel regale e trascinante fascino tipico delle boeme. Il villaggio sembra abbandonato, come se l’imminenza di una qualche catastrofe avesse spinto gli abitanti a fuggire senza curarsi dei loro averi. Negozi chiusi e polverosi espongono merci fuori produzione, mentre insegne e pubblicità sbiadite testimoniano decennali abbandoni. Cumuli di spazzatura tra le saracinesche e le vetrate sfondate di alcuni locali in disuso paiono ormai un arredo urbano. Il castello di Duchcov domina la piazza centrale, ma con rammarico scopriamo che è chiuso al pubblico per lavori di restauro e per l’allestimento di una mostra; riaprirà a fine aprile. Tuttavia il castellano, Marian Hochel, si dimostra estremamente gentile e ci permette di effettuare la visita. “Ma di Casanova è rimasto ben poco”, ci avverte. “La biblioteca e gli oggetti personali sono stati trasferiti a Mnichovo Hradiště nel 1945, mentre l’intero lascito manoscritto è tra Praga e Parigi”. Seguiamo la guida nel salone delle feste, da cui si gode una suggestiva veduta dei vasti giardini; poi da una rampa di scale accediamo all’ala del castello con gli spazi ricreativi e le stanze degli ospiti. A pochi metri dalla porta di Feltkircher, l’odiato maggiordomo dei Waldstein, si apre la stanza di Giacomo Casanova. Uno studio e una camera da letto ampi e luminosi, dove tra numerosi ninnoli d’epoca scopriamo alcune autentiche rarità quali la prima edizione dell’Histoire de ma fuite de prisons de Venise qu’on appelle les Plombs pubblicata a Lipsia nel 1788. L’oggetto più significativo è la poltrona dove il 4 giugno 1798 Casanova morì dopo aver pronunciato la celebre frase: “Ho vissuto da filosofo, e muoio da cristiano!”. L’ultimo colpo di teatro di un uomo che trent’anni prima, alla vigilia del folle duello col Gran maestro di caccia della Corona polacca, conte Branicki, rifiuta gli uffici religiosi, si concede un lauto pasto e si rivolge a Dio con queste parole: “Signore, se il mio nemico mi uccide, sono dannato; salvatemi dunque dalla morte”.
Al termine della visita ringraziamo il castellano che nel salutarci manifesta un certo rammarico: “Nonostante la crisi qui di visitatori ne arrivano tanti, oltre diecimila l’anno. La maggior parte sono russi e tedeschi ma ci sono anche numerosi polacchi, slovacchi e francesi. Gli italiani sono pochissimi e fuori dai pacchetti turistici si riducono a poche unità. Negli anni le istituzioni italiane” – ribadisce Marian Hochel – “si sono totalmente disinteressate di Casanova a Duchcov; gli unici contatti con l’Italia li abbiamo con le rare visite informali di qualche diplomatico. Questo è un vero peccato perché un personaggio di rilievo internazionale come Giacomo Casanova sembra essere stato dimenticato proprio dalla sua patria”.
Prima di ripartire vorremmo far visita alla tomba del celebre avventuriero per un ultimo saluto. Inutilmente. Con grande stupore apprendiamo che il vecchio cimitero dove era sepolto è stato distrutto negli anni Trenta senza che i resti fossero traslati in altra sede. La cappella di Sv. Barbora, a ridosso del cimitero nuovo, pur essendo il mausoleo di Casanova non ne contiene le spoglie. Ma forse anche questa assenza appartiene al grande spettacolo messo in scena da Giacomo Casanova.
di Alessio Di Giulio da Progetto Repubblica Ceca
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